simonamelani

il vero lusso è essere se stessi (qui più che mai)
- diario personale senza lucchetto -
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Sono sempre le nonne degli altri quelle che se ne vanno. Vai ai funerali delle nonne di amici, compagni di classe, cugini di terzo e quarto grado, ti barcameni tra condoglianze e “però soffriva tanto, meglio così”. Torni a casa un po’ provata, ma dopo un po’ passa, perché tua nonna è lì, dove è sempre stata, sulla sua sedia, nell’angolo di casa, davanti alla tv, accanto alla stufa.

Quando la vai a trovare - quelle poche volte che hai tempo, perché il tuo tempo fottuto è maledettamente prezioso - sai che lei è lì, ti apre la porta, sorride. Felice di vederti, ti ascolta parlare di cose che lei neanche ha mai visto, forse neanche capisce, però sua nipote “scrive, scrive su internet, e le persone la leggono, e sai, è pure andata in televisione, è bella, si, mia nipote è fatta bella, quando era piccola non tanto, però ora sì, è bellissima, guarda la foto all’anniversario di matrimonio di mio figlio, guardala, si è messa la collana d’oro, e pure gli orecchini che le ho regalato”.

Raccontava di me alle sua amiche, la domenica, facendo la strada per la chiesa, al telefono a sua sorella. 

Mia nonna è morta da più di un mese. Mia nonna è morta. Fisso le parole sullo schermo e riesco solo ora a realizzare questa cosa. Capisco che devo scrivere, di notte, per cominciare a smettere di soffrire. Soffrire senza neanche capire perché qualcosa nella mia vita è cambiato, perché i pensieri si fanno cupi all’improvviso, mentre sei in vacanza e guardi il cielo, o mentre mangi qualcosa pensando al vuoto.

Sono sempre le nonne degli altri quelle che se ne vanno, perché le tue sono immortali, sono uguali da quando hai memoria, sono sempre lì mentre tu cambi e ti vogliono bene anche quando tiri fuori il peggio di te.

Dovevo chiamarmi come lei, ma lei non ha voluto, perché il suo nome non le piaceva, si faceva chiamare con un altro nome che non era il suo e quindi “non ha senso, chiamatela come volete”.

Ogni giorno per cinque anni, uscita da scuola, andavo da lei che pur di farmi mangiare qualcosa mi assecondava in tutto. Ogni mercoledì con la testa dentro il mio Topolino, mi facevo imboccare perché leggere era la sola cosa che mi interessava. Non le importava di viziarmi, “lei deve leggere, lasciatela stare, così mangia e diventa anche intelligente”.

Com’era bella lei, magra, timida, odiava le foto “perché vengo male”, amava vestirsi e uscire anche se per anni, per stare accanto a mio nonno, tanto più vecchio di lei, non aveva più potuto farlo.

Quasi piangeva quando, convinta da un’amica, aveva deciso di colorare i capelli grigi di un biondo strano. “Nonna, sei bellissima, stai benissimo, sembrano i tuoi” e questa piccola bugia l’aveva fatta sorridere e stare bene.

Tutto quello che ho di lei adesso sono un paio di orecchini a forma di fiore, con una pietra di acquamarina al centro, che non si toglieva mai se non per dormire. Ci giocavo, da piccola, con quegli orecchini, quando andavo a trovarla dopo aver finito i compiti, e stavamo in cucina insieme.

Le nespole con lo zucchero, raccolte insieme a mio nonno, tagliate e sbucciate da lei, sono un ricordo dolce della mia infanzia che non riesco più a riprodurre, nonostante i mille tentativi fatti negli anni. I libri delle favole, il giardino che a me sembrava un bosco, la papera dei vicini che stuzzicavo per gioco, il cancello blu, i gatti, le passeggiate, l’altalena alla villa comunale, le foto che le facevamo di nascosto alle feste e a Natale, il suo sentire sempre freddo, anche d’estate, lo scialle, la pelle morbida, l’odore del ragù.

Quando muore tua nonna, finisce per sempre l’infanzia. Non so se a 26 anni ero pronta a questa cosa enorme, probabilmente non lo si è mai. 

Non so come uscire da questo dolore sordo e persistente, che da un mese non mi lascia in pace. Scrivere è l’unica cosa che mi viene in mentre. Perché mia nonna lo diceva sempre. Mia nipote? Lei scrive. Scrive su Internet. 

Mai avrebbe immaginato che avrei scritto di lei. 

Neanche io, a dirla tutta.

Un weekend terrificante, con Melissa morta a Brindisi per mano di non si sa chi, con il terremoto che devasta l’Emilia Romagna. E con persone che non capiscono che delle semplici parole aggravano il dolore e la rabbia di chi le ascolta.

La mafia non uccide i bambini, si dice su rai uno, mentre si fanno congetture sui fatti di Brindisi. Non è vero. Ditelo alle famiglie Giuseppe Di Matteo (13 anni), Stefano Pompeo (11 anni) e dei tanti altri innocenti che in queste ore i miei amici stanno riportando alla memoria su Facebook e Twitter.

La mafia ha un’etica. Questa affermazione si commenta da sola.

Io non so se è stata la mafia, non so se è stato un pazzo, non voglio fare congetture. Ma so che non voglio sentire mai più parole come queste, nè in tv, nè al bar nè da nessuna altra parte.

Il segretario della lega di Rovato scrive su Facebook che il terremoto, per il quale hanno perso la vita delle persone e altre risultano disperse, è solo l’effetto della Padania che si sta staccando. “Ci scusiamo per il disagio”.

Durante la giornata mondiale contro l’omofobia, scrivo che mi dispiace per gli omofobi, perchè l’odio li avvelena e fa vivere loro una vita di merda. Un genio mi risponde che non devo avere paura delle idee diverse dalla mia. 

Cioè, l’omofobia, per lui, è un’idea.

Ecco, il problema vero di questo Paese è che abbiamo perso il senso reale delle parole. E che quando ci sono tragedie di mezzo, perdiamo molto volentieri anche la testa e ci sentiamo autorizzati a dire di tutto.

Contare fino a 10 prima di parlare, contare fino a 100 prima di scrivere castronerie sui social. Perché scripta manent. E c’è sempre qualcuno pronto a fare uno screenshot delle nostre minchiate.

(la minchiata leghista la trovate qui)

Domani vado a casa. A case, per essere precisi.

Due giorni, due soltanto, toccata e fuga. Sabato mattina a Milano, poi a Palermo. Domenica mattina a Sciacca, domenica sera a Milano. Un piccolo cerchio di poco meno di 48 ore per rivedere le persone e i luoghi che mi mancano.

Ma non è una mancanza distruttiva. Più che altro è una di quelle mancanze che quando le colmi sei felice. E sei felice anche nell’attesa, perché sai che manca poco e sari felice.

Non è un passaggio tra infelicità milanese e felicità siciliana. Sono due felicità diverse, essere a Milano ed essere in Sicilia, che si completano a vicenda e rendono la mia vita una vita felice.

La vita di una ventiseienne qualsiasi, che è felice solo se può dividersi tra i suoi luoghi del cuore, tra le sue mille cose da fare. Quando sono a Palermo mi manca Milano. Quando sono a Milano mi manca Palermo.

E questa tensione tra due attese, tra due felicità, è il bello della mia vita. Quello che mi rende viva e felice di essere qui, ora, così come sono, in questo strano Paese, fatto di persone straordinarie e di cose strane. Cose come me.

Nel turbine delle cose da fare non te ne accorgi. Poi, quando arrivano le feste, lo senti. Tutti vanno via, a casa.

Questa sarà la prima pasqua della mia vita lontano dai miei genitori. Non che mi importi qualcosa delle feste comandate. Ma sento molto la loro mancanza in momenti come questi, che il nostro essere italiani ci ha insegnato a consacrare alla famiglia.

Ho tanta voglia di abbracciare mia madre, di discutere con mio padre, di ridere con mio fratello, di tenere il braccio a mia nonna Teresa mentre scendiamo le scale di casa per andare dalla zia. 

Mi manca tanto mia nonna Graziella, mi manca com’era una volta, prima che la malattia la rendesse un’altra, piccola e spaventata come me, a 3 anni, quando mi perdevo tra le piante del suo giardino.

Muoio di nostalgia, la sera, davanti al mac.

Lei: Ho freddo

Lui l’abbraccia

Lei: Ho caldo

Lui si allontana

Lei: tu mi trascuri

Lui perplesso, la guarda

Lei (piange disperata) scusa non volevo.

Lui timidamente si avvicina

Lei: Ho sonno.

descrizione di una striscia a fumetti che gira su facebook. E che come sempre non trovo. Un grande spaccato di vita di coppia. Lo dico da donna.

Alla fine del 2011 mi capitò sotto gli occhi un post - che adesso non riesco a ritrovare - scritto da una social media cosa /marketing vattelappesca americana. Di quelle che hanno la foto con il fondo bianco, l’espressione soddisfatta e qualche allegro chilo in più. Gli americani sono campioni di queste foto “business” un po’ trash, ma non è questo il punto.

La signora invitava a pensare positivo in quest’anno presunto di merda che ci tocca affrontare, positività nonostante il 2011 non è che sia andato proprio alla grande, tra crisi, recessioni, e lavori che ci venivano sfilati da sotto il sedere neanche i nostri capi fossero allegri burloni che ci tirano uno scherzo da prete ad una festa.

L’americana pacioccosa però ha ragione. Ragione da vendere, se solo avessimo i soldi per comprarla. Ma la positività non costa nulla, solo un piccolo sforzo mentale.

A me è capitato tempo fa, quando tutto sembrava andare a rotoli, avevo fatto a pezzi la mia vita e dalle stanze del potere del parlamento siciliano - come assistente eh - sono passata a fare la portinaia in un ostello. Ho cominciato a pensare che tutto sarebbe andato bene, più che bene. Sarebbe stato stratop.

A gennaio 2011 ho brindato con del prosecco discutibile versato in un orrido bicchiere di plastica “all’anno più stratop della mia vita” insieme ad una delle mie più care amiche. Tutto quello che avevo sognato si è avverato.

Molto facile prendersela con le avversità della vita, con la cacca di cane pestata sul marciapiedi, col parrucchiere che ti fa un taglio orrendo, con il tizio che non ti paga. Se pesti una merda, pulisciti la scarpa. Se il parrucchiere sbaglia il taglio, fatti uno shampoo e prova a sistemare le cose. Se non ti pagano, stalkerali finchè non lo fanno.

Che fatica vero? Però trovo molto più sfinente stare sempre a lamentarsi di quello che non funziona, senza mai chiederci cosa possiamo fare affinché funzioni.

Il mio amico Ernesto Cinquenove - creativo e startupper - ha scritto un post analogo “4 motivi per fare ciò per cui siamo nati”, un post nel quale ci chiede “Che cosa volete fare da grandi? Cominciate a farlo adesso”.

E piantatela di dire che mollerete tutto e andrete a fare i lavapiatti a Londra: non l’avete fatto finora, non lo farete mai, non è quello per cui siete nati.

Abbiamo studiato, molti di noi hanno fatto sacrifici, si sono impegnati. Abbiamo sogni che meritano di essere raccontati ai nostri figli e ai nostri nipoti come cose che abbiamo realizzato.

Un pezzo alla volta, un sorriso alla volta.

E smettetela di lamentarvi: se questo Paese va a rotoli - o quasi - è anche colpa del nostro “gli altri dovrebbero fare…” Ma dato che l’Italia è anche mia, mi sono messa in testa che ho una missione. Prendere a calci nel culo chi crea barriere mentali che si trasformano in muri di gomma. Amichevoli calci nel culo, con il sorriso sulle labbra.

Trasformare la rabbia verso il mondo in energia. Con me ha funzionato. E campo così bene che, nonostante la neve, la crisi e le poche ore di sonno, la mia vita non potrebbe andare meglio di così.

simona

you and I

Siamo sempre pronti a gridare all’incomprensione, al travisamento, al fraintendimento, dando un peso eccessivo a episodi che meriterebbero di essere dimenticati in un battito di ciglia.

Succede a volte di capirsi. Che in realtà è la cosa più normale del mondo, eppure la più sottovalutata. Quanto diamo per scontato di capire ed essere capiti dalla persona che amiamo? Troppo.

Il principio è lo stesso delle buone notizie che non  fanno notizia. Eppure per vivere meglio, per essere felici, basta dare importanza a questi momenti semplici e straordinari allo stesso tempo.

Capirsi è la cosa più bella, e ti fa innamorare ogni giorno di più della persona che hai accanto, ti fa vedere meglio la vita e la quotidianità. Raccontarsi e ascoltarsi. E divertirsi. Non è facile, verrebbe da dire. Ribaltiamo la domanda: perché sarebbe difficile?